La preparazione del romanzo | 1
"La speranza è una memoria che desidera"
(in ritardo, come quasi sempre)
L’ultimo corso che Roland Barthes (1915-1980) tenne all’università prima di morire – in un modo peraltro assurdo, investito da un furgoncino che faceva retromarcia – lo dedicò alla “preparazione del romanzo”.
Il volume che raccoglie i brogliacci, le note, gli appunti è ai miei occhi più che affascinante (La preparazione del romanzo, Mimesis, trad. di Emiliana Galiani e Julia Ponzio), perché offre l’illusione (è pur sempre un’illusione) di essere allievi di Barthes. Per come sono portato a immaginare le cose io, mi figuro o voglio figurarmi che tempo fa a Parigi il 2 dicembre del 1978, voglio immaginare il tepore dell’aula rispetto al freddo fuori, i colpi di tosse, gli stiracchiamenti. Voglio immaginare di essere seduto a un banco e di avere davanti a me Roland Barthes che fa lezione. E che comincia il suo corso piuttosto impegnativo, se non addirittura impervio, ma lo fa con questa avvertenza: “Se credete, possiamo considerare il Corso che inizia oggi come un film o come un libro, insomma come una storia di cui la narrazione ci occuperà, penso, per dieci incontri di dieci ore e di cui sarò, in principio, il solo recitante”.
Squaderna subito gli autori che citerà più spesso: Chateaubriand, Flaubert, Kafka, Mallarmé, Nietzsche, Rimbaud, Rousseau.
Il tema è semplice e abissale: perché scrivo? Che cosa ci porta a scrivere? Quale diritto o dovere? Quale piacere, o meglio quale desiderio?
Ah, se fossi stato lì ad ascoltare il 2 dicembre del 1978... Qualcuno si distrae. C’è una ragazza bellissima che prende appunti.
Barthes alla cattedra mette in gioco sé stesso. Dice “io”. Dice: scrivo per appagare un desiderio. Un desiderio in senso forte.
Scrivo, aggiunge, perché ho letto. La gioia produttrice di scrittura è un giubilo, una mutazione, un’illuminazione, ciò che io chiamo spesso – così dice Barthes – satori, uno scossone, una “conversione”.
Immagino che sarei uscito di lì, quel 2 dicembre, elettrizzato, con la testa in movimento. Abbacinato. Eccitato. Avrei preso questo appunto, correndo, correndo con la penna o la matita sul foglio, correndo per non perdere le parole:
“Speranza: soprattutto nel Tempo di lettura e di lettura giubilatoria che è quello dell’Adolescenza che legge – ma anche lungo una Vita da Scrittore, in cui nulla è acquisito, e il Desiderio è incessantemente rinnovato. Scrivere si presenta come una Speranza, il colore di una Speranza – bisogna ricordarsi del bellissimo motto di Balzac: la speranza è una memoria che desidera”.
Ah, se fossi uscito, quel giorno, da quell’aula, con i pensieri in fiamme! (continua)
Qui una mia lettura di una breve pagina di Barthes, da “La preparazione del romanzo”. Si tratta di una delle sue ultime lezioni: racconta come il frammento sia l’inizio e la fine, il destino di ogni esperienza di scrittura.



Bellissimo Barthes. Ho iniziato, seguendo il tuo suggerimento, a leggerne alcune lezioni. Ma mi concentro su quelle da te citate. Ed è interessante vedere come ognuno sia catturato da pensieri diversi. Questi sono quelli che hanno colpito me, diversi dai tuoi: «... la coscienza che, arrivati a una certa età, "i giorni sono contati" [ e aggiungo io: Insegnaci a contare i nostri giorni - dice il Salmo - e giungeremo alla sapienza del cuore], vago conto alla rovescia... essere mortale non è un sentimento "naturale"... necessità imperiosa di disporre il lavoro da compiere in una casella stretta e finita: l'ultima casella». La conclusione qualche riga dopo per me è stata illuminante (e mi ha fatto pensare anche a tanto di quello che hai scritto): «Improvvisamente, dunque si verifica questa evidenza: da una parte, io non ho più il tempo di provare altre vite: è necessario che io scelga la mia ultima vita, la mia nuova vita». Allora sì, mi trovo anch'io seduta in quell'aula nel 1978 (studente precoce visto che avevo sei anni!), vivo lo scossone e scopro speranza e desiderio. E poi Album e Libro. L'alternativa mi fa un po' impressione, anche se come ci hai letto in quel bellissimo vocale, alternativa vera e propria non è, perché l'Album vince il Libro e il Libro prima o poi ritornerà Album, frammento, citazione. Subito dopo Barthes scrive: «Ciò che vive in noi del Libro è l'Album: l'Album è il germe; il Libro, per quanto grandioso sia, non è che il Soma». Ecco, dell'Album da solo io ho paura, perché noi siamo Soma e con altri corpi ci relazioniamo. E il Libro, proprio nel suo stato di non-frammentarietà, diventa entità personale, da ascoltare, a cui parlare, su cui piangere, per cui ridere, da accarezzare. Se rimane solo l'Album, la persona-libro evapora.
"Scrivo perché ho letto" è assolutamente una zolletta di zucchero che affonda. E poi, quale ritardo... arrivi sempre al momento propizio.