Un altro venerdì
Dispacci e progetti dal cantiere
Dopo “1999”
Fino a qualche settimana fa, il venerdì è stato il giorno in cui ho scritto “1999”, il romanzo a puntate. Ho stampato il file, un paio di settimane fa, e mi è sembrato incredibile che, senza quasi accorgermene, quel “libro” fosse lì, carta e inchiostro. Senza quella scadenza quasi fissa, sarebbe stato impensabile. Mi ha fatto piacere continuare a ricevere commenti e domande al riguardo: anche in diversi incontri pubblici qualcuno si è avvicinato per parlarmi di questo esperimento. Mi ha fatto piacere questa bella lettura complessiva che ha fatto una studiosa che stimo molto Thea Rimini:
https://www.leparoleelecose.it/interferenze-1999-di-paolo-di-paolo/
Mi ha fatto piacere che un grande esperto di cinema come Emiliano Morreale ne abbia scritto sul “Venerdì di Repubblica”, cogliendo altrettanto bene lo spirito con cui mi sono imbarcato nell’impresa. Nel frattempo, vedo sempre più autori italiani sperimentare su Substack…
Non so ancora quando uscirà in volume “1999”, ma presumibilmente nel corso del 2026. Sto ancora ragionando su come portarlo su carta arricchendo anche l’esperienza di lettura in volume. E soprattutto su come trasferire nel libro tradizionale l’elettricità del progetto nato settimana dopo settimana su questa piattaforma. Vedremo.
Novità
Approfitto intanto per annunciare l’uscita - martedì 11 novembre - di un mio nuovo libro. Il titolo è Un mondo nuovo tutti i giorni, lo pubblica Solferino ed è un ritorno alla vita e all’opera di Piero Gobetti. Me ne ero occupato romanzescamente in Mandami tanta vita, uno dei miei libri più fortunati. In vista del centenario della morte (1926-2026), rifletto ancora su Gobetti: è il mio dialogo con un’ombra, con uno spirito coraggioso, con una giovinezza incredibile. Gobetti non fece in tempo a compiere venticinque anni, ma in pochissimo tempo fondò tre riviste, una casa editrice (quella che pubblicò Ossi di seppia di Montale in prima edizione), dialogò con i maggiori intellettuali del suo tempo, si oppose radicalmente al fascismo, creò una comunità di oppositori disarmati ma convinti che si possa reagire con parole e gesti al clima politico più mortificante. Mi interessa soprattutto - di questo libro che tiene insieme diversi generi di scrittura: il racconto storico, la riflessione saggistica, il memoir, il pamphlet - l’idea che ci si possa difendere, in ogni epoca, dalla tentazione dell’inerzia e del cinismo. Lo presento a Roma (Feltrinelli di Largo Argentina) il 13 novembre alle 18,30 con Filippo Ceccarelli e a Milano il 18 novembre alle 19 (Spazio Cadore 33) con Lucia Esposito. Poi anche a Novara (Circolo dei Lettori), di nuovo a Roma (Libreria Nuova Europa), a Bologna (Salaborsa), e più avanti a Torino, in vista dell’anniversario, a febbraio.
Tremare
Ma questo dispaccio che vi raggiunge in un venerdì di novembre che a Roma è perfettamente novembrino ha essenzialmente un’altra ragione.
Come avrete forse notato, ho modificato titolo e aspetto della newsletter e dominio Substack. “Tremare” è il titolo del romanzo a cui sto lavorando. Un romanzo che, per tornare alla tradizione, uscirà direttamente su carta. Ma forte dell’esperienza di “1999”, ho deciso di raccontare e condividere con chi vorrà il cantiere. Non le pagine che scriverò, ma gli appunti, le domande, i viaggi che ho fatto e farò inseguendo i personaggi di questa nuova storia. Tutto ciò che sta intorno alla scrittura, ciò che la prepara, la determina, la condiziona, la modella.
Partirò, venerdì prossimo, dalle illuminanti e densissime riflessioni di un testo di Roland Barthes intitolato “La preparazione del romanzo”. Per dire che, al di là della vicenda narrativa a cui sto dando forma, chi vorrà restare riceverà spunti di riflessione e di lettura “autosufficienti” intorno allo scrivere, alla costruzione di un universo di finzione, alle paure, agli abbagli, alle illuminazioni di chi si ostina a dare forma a un romanzo.
Qua e là, naturalmente, disseminerò indizi più o meno misteriosi su questa nuova storia.
Il primo che offro è una poesia - per me, struggente - del poeta polacco Adam Zagajewski (1945-2021) e si chiama “Franz Schubert, conferenza stampa”. Zagajewski immagina il grande compositore rispondere alle domande di un improbabile incontro con i giornalisti. Le domande però non le leggiamo. Abbiamo solo le risposte. Eccole.
FRANZ SCHUBERT, CONFERENZA STAMPA
Sì, ho vissuto poco, sì, ho amato,
sentivo crescere la luce, sotto
le dita nascevano scintille.
Sì, ho avuto poco tempo, non sapevo
quanto, compativo Gretchen, chi muore
giovane e chi ama infelice.
Sì, la fiamma non era muta, sì
correvo per i boschi ghiacciati,
incalzato da neve, stelle gialle,
dall’estraneità dello stile; no, non la polizia,
chissà se era il diavolo. Non esisteva l’epoca,
solo l’erba verde, i frassini, gli oggetti
immobili, le libellule negli stagni,
non esisteva l’epoca, ma un pavimento di legno,
sedie taciturne, sì, Vienna,
lo stesso gusto del caffè,
i colombi sui davanzali. No,
non avevo previsto la Primavera dei Popoli,
non so, non ricordo, è una domanda
troppo personale. No, non conosco
la musica di Wagner. Se possiamo
capirci? Rammarico, e persino invidia,
non so se il destino, un guanto,
i fiocchi di neve così delicati se
non diventano tormenta.
Gli occhi verdi di quella ragazza.
Il destino per me era troppo grande, come una tenda,
il mio cuore palpitava maldestro
nelle stanze enormi. Sì, il talento,
piccolo amaro chicco di caffè sgranocchiato.
No, avevo paura, tutto mi si rovesciava addosso,
eserciti di mercenari mi assalivano,
ah, signori, come potete
paragonarmi all’ammiraglio Nelson,
no, le ombre si ingigantivano, i bisbigli
rimbombavano come campane nelle cattedrali,
le parvenze latravano, sì, lo riconosco,
talvolta mi sbagliavo, non potevo sapere
di essere Schubert, lo stavo diventando,
cercavo una strada, un colore, perciò
non potete conoscere me, ma solo l’eco.
Sì, sono passato da quello stretto dove
il dolore si muta in cannone,
sì, i boschi verdi per l’esternità e l’amore
mai corrisposto, la gioia
dell’indifferenza, volevo dire
la felicità di esprimersi, a metà
strada tra la vita e la morte,
proprio a metà strada, sì, qui
giungono ancora le grida di coloro che danzano,
ma condensate nella gelatina della memoria.
Non voltare la testa, non sbagliare direzione,
sì, certo, la vita non si racchiude
nel canto, in una piccola arca di Noè,
sapete signori, non persone
solo generi, non fiori solo esemplari,
non profumi solo nomi, e noi
abbiamo vissuto selvaggi e rigogliosi come un prato,
con le gramigne e il vento, con il tarassaco e l’anemone,
nell’immenso plurale di colori e aromi,
muti e appassionati, obbedienti alle richieste
di messi trafelati, nelle nozze,
nel peccato e nella preghiera, di sera
e di mattina, nella noia e nel riso,
perdurava la danza eterna, a maggio, a giugno,
quante cose accadevano, angoscia e gioco,
dita ferite, labbra aperte,
baci veri o baci solo
in sogno, tracce, spighe,
il tuo sguardo, la veranda, il silenzio
e il nulla, la porpora d’autunno, sì, tutto
ricordo, le allodole sui lunghi fili,
i papaveri, i boschi di noccioli, in città i caldi mattini,
le voci smorzate nel crepuscolo, e la notte –
una scatola in cui i bambini nascondevano
i tesori, il sonno e la veglia, Venere
nel cielo, pallido, che trema per il freddo.
Sì, ora è persino meglio, nel canto,
solo due labbra che parlano fra sé,
accanto il pianoforte nel suo smoking lucente,
sì, ora sono stanco, no, questa
non è una rimostranza.
Alla prossima, per chi vorrà restare!





Il dispaccio arrivato nel primo venerdì novembrino non è comunicazione di guerra per il manipolo di lettori, ma un'offerta di nuova e diversa collaborazione. Entrare nel cantiere di un nuovo romanzo, aggirandosi nella zona intermedia che prelude alla scrittura, saggiando la sua preparazione, le strategie, gli strumenti. Un esperimento imparentato con "1999", ma con modalità differenti. Due indizi, per partire. Il testo di Roland Barthes e la poesia di Adam Zagajewski, tutta costruita meravigliosamente con risposte a domande presupposte, attraverso una vertigine di lista poetica. Il compositore Franz Schubert è nato nel 1797 (due anni prima del '99, un anno prima di Leopardi). Con i suoi 31 anni intensi, è morto giovane, nel 1828 (un anno dopo Foscolo). Sento atmosfere austriache che vengono da lontano... La "gelatina della memoria" sa guarnire la scrittura. Sento un oltrepassare la soglia tra due secoli. Scelta preromantica, controcorrente. Come si fa a non voler restare? Come si fa a non voler tremare?!
Interessante e coinvolgente per una lettura da approfondire questo ultimo lavoro si Piero Gobetti, giornalista e intellettuale che ci ha lasciato un'eredita' ricca di pensieri. Intensa l'idea dello scrittore di approfondire questo personaggio del tardo novecento, uno scrittore che ci lascia senza parole ,quasi ad osservare un fiume in piena e rimanerne affascinati dal suo dire vergato e orale. Leggerlo è fonte di apprendimento e di approccio a tanta cultura che ci avvolge come il vento in estate.