V.3 "Eyes Wide Shut"
Doppio sogno
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(segue) Loro due sono rimasti soli. Come promesso, il muscoloso ha dato il suo contributo alla causa. Tutto, in tre, sulle prime, ha funzionato come funzionano quegli incontri che – si sa, si sente – hanno al fondo una ragione precisa di imbarazzo. Convenevoli. Chiacchiere insulse. Riempitivi. Battute. Ah ah. Niente di serio. Il muscoloso trattiene a stento il sorriso-ghigno di chi sa. O anzi crede di sapere: lasciandoli soli, ha in mente chissà quale sfrenamento.
Si tira dietro la porta, li saluta. Ciao, non fate danni. Ah ah.
Il silenzio, un attimo dopo, è bellissimo. Teso, estraneo come lo spazio intorno, però bellissimo. Essere in casa d’altri, come si dice. La cameretta del muscoloso, che non hanno nessuna voglia di contemplare o di ispezionare. È una scenografia qualunque. Casuale.
“E quindi?”
“Eh, e quindi.”
“E quindi ce l’hai fatta”, dice lei.
“A fare che.”
“A dirmelo.”
“Te lo aspettavi?”
“No. O forse sì. Non lo so. L’ho sperato.”
Bisogna sforzarsi di immaginare l’effetto, alle orecchie del solitario, di quella frase. L’ho sperato. Può bastare qui. Indica un tempo segreto, presumibilmente lungo, o no? in cui si sono desiderati senza dirselo. L’ho sperato.
Il solitario sente l’eco di quelle parole. Gli risuonano dentro, mentre fa un gesto che non credeva di saper fare. O di riuscire a fare. Le passa una mano fra i capelli. Così i polpastrelli premono delicatamente sulla cute. I polpastrelli sfiorano un orecchio. Gli pare che il profumo di lei sia già impresso a fuoco. Sai quando dici quella cosa scema? Non mi laverò mai più. Non voglio che si disperda. Non voglio perderlo.
“Ce ne hai messo di tempo”, insiste lei.
“Ci ho dovuto pensare bene.”
“E perché?”
“Per capire quanto me la rischiavo.”
“Non ci perdevi comunque niente. Non ci perdi niente.”
Se avesse la parola giusta sulle labbra, quella giusta anche su una pagina di romanzo, direbbe: la naturalezza. Il supremo fra i rischi. Non riuscire più a essere naturali. Come prima, come sempre. Né può essere sicuro che sia al sicuro – la naturalezza. Dopo quella lettera. Dopo questo pomeriggio.
Vorrebbe che accadesse il non ancora accaduto. Vorrebbe provare a baciarla. Sta lì, a respirarle quasi sul collo. Le pause tra una frase e l’altra sono lunghissime. Estenuanti. Individua con esattezza l’angolazione. Un bacio sulle labbra. Il mondo può rovesciarsi, fuori? I genitori dove sono? La gente nei bar, per la strada. Il traffico del pomeriggio. Da qualche parte esistono due adolescenti che forse si baceranno. Stanno per. Lui le soffia qualcosa di imprecisato sul collo. Lei ne riceve quella sensazione che nei libri romantici verrebbe definita brivido, una vertigine, una scarica elettrica da un punto cieco fra le scapole a un punto cieco fra le gambe. Lui è eccitato senza esserlo – l’ansia non gli consente di eccitarsi veramente, visibilmente, o comunque la prudenza – ma c’è un calore diffuso, un umidore. Lì. E dappertutto.
Scrivo di loro due e scrivo di tutti, di chiunque sia stato vivo, in questa forma, su questo pianeta detto Terra.
Scrivo di loro due e scrivo di noi umani: di come a un certo momento della traversata ci troviamo a provare questo. Scrivo di chi l’ha provato – una di quelle che si scolpiscono nella memoria come prime volte. Scrivo di chi deve ancora provarlo. Scrivo di chi lo sta provando mentre scrivo, da qualche parte, mentre il mondo si rovescia. Non ha importanza quale sia il senso ultimo, rispetto a questo senso intermedio che è trovarsi qui, o lì, ovunque accada questo – due corpi umani che guadagnano centimetri di vicinanza e confidenza.
E poi, vi prego, stupitevi!
Stupitevi di voi stessi – di quando l’avete provato. O del desiderio che avete di provarlo di nuovo. Impossibile. O del desiderio di sapere com’è quando sta per succedere. Stupitevi del fatto che sia accaduto con lo sconosciuto o la sconosciuta che avevate accanto, che per una imprevedibile sequenza di circostanze si è trovato seduto sul bordo dello stesso letto. Stupitevi di essere venuti al mondo per passare anche da questa porta.
È un peccato non pensarci di continuo, non poterci pensare di continuo. Che cosa strana. Venire al mondo, sì. Ma anche, una volta venuti al mondo, stare seduti sul bordo dello stesso letto. Come loro due.
E ora mi dispiace, mi dispiace molto deludere il vostro orizzonte d’attesa, ma mancano poche pagine e vanno amministrate bene. Ci sono diverse questioni rimaste in sospeso. L’artista, per dire, in questo momento è lì che traffica con i suoi disegni, nella sua cameretta – e se sapesse? se li vedesse? Il muscoloso sta per rientrare. Si aspetta gustosi dettagli, dal solitario. Non ne avrà. A ogni modo, in serata, spogliandosi prima di mettersi a letto, lei si sentirà ancora un po’ turbata, eccitata. Lui, il solitario, si masturberà due volte di seguito. È accaduto tutto. O non è accaduto niente. Lui avrebbe voluto chiederle se è vergine. O capirlo. Saperlo. Sa che ha avuto delle storie, lei. È normale. Si incunea in quel dubbio. O certezza. Cos’è successo, con lui?
chiede Fridolin, il medico, ad Albertine nelle prime pagine di Doppio sogno, la novella di Arthur Schnitzler che il solitario cercherà in libreria il giorno dopo la visione di Eyes Wide Shut a casa dell’artista. Cos’è successo, con lui? La domanda morbosa diventerà fra poco una frusta per autoflagellarsi, ma non lo sa, non ancora. Manca poco. (continua, per l’ultima volta…)




L'autore confessa la preoccupazione di deludere l'orizzonte di attesa di chi legge. Immagina di deludere, perché sente la responsabilità delle ultime pagine. Ma non è l'unica immaginazione, la sua. Il Muscoloso, complice ospite dei due, immagina "chissà quale sfrenamento". Le lettrici e i lettori sono invitati a "sforzarsi di immaginare l'effetto", alle orecchie del Solitario, della frase di Lei: "l'ho sperato", risposta-confessione, dopo "un silenzio bellissimo", che mette fine al tempo segreto del reciproco desiderio mai rivelato. Il Solitario è nel momento cruciale in cui "vorrebbe che accadesse il non ancora accaduto", quindi immagina, ma teme di non riuscire a mettere al sicuro la naturalezza, "il supremo fra i rischi", dopo essersi così sbilanciato con quella lettera, con quel pomeriggio. La dimensione a due viene allargata alle "prime volte" di "noi umani", a quella esperienza epocale in cui "due corpi guadagnano centimetri di vicinanza e confidenza", anticipata dall'immaginazione, dal "desiderio di sapere com'è quando sta per succedere", quando si è "seduti sul bordo dello stesso letto", dopo un'imprevedibile sequenza di circostanze. L'autore invita a stupirsi di questa prodigiosa porta che si apre nella vita di tutti. Immagina infine quel che resta da scrivere. Una parte per tutti i suoi personaggi, prima di lasciarli. Dopo il rapido accenno alle due reazioni di turbamento e di rimpianto dei due protagonisti, la domanda "Cos'è successo, con lui?" fa da cerniera tra queste pagine finali e le prime pagine della "Traumnovelle" di Arthur Schnitzler, la trasposizione cinematografica "Eyes Wide Shut" di Stanley Kubrick e il dipinto "L'abbraccio" di Egon Schiele. L'accumulo di tutti questi linguaggi sembra preludere a un colpo di scena a cui allude l'inquietante metafora, che ammanta la domanda presa in prestito dalla letteratura. L'immagine dell'arte suggerisce una fusione di corpi sensualmente felice, la compiuta realizzazione di due desideri, ma il dialogo tra la novella e il film racconta di un amore in crisi e della doppia fantasticheria erotica dei due personaggi. Un doppio sogno di due sfere private, destinate a un inevitabile risveglio.
beato chi non lo ha ancora provato “quello che sta per accadere” e rimane sospeso nell’estasi e ad un passo dal compimento come sull’urna greca:
Bold Lover, never, never canst thou kiss,
Though winning near the goal yet, do not grieve;
She cannot fade, though thou hast not thy bliss,
For ever wilt thou love, and she be fair!
Non si può possedere il desiderio degli altri, forse neanche il proprio appieno.
Inizia talvolta una collisione insanabile tra la parte razionale e quella limbica