V.4 "Eyes Wide Shut"
Ciao
Ecco l’ultima puntata. Dopo molte settimane insieme, e un’avventura imprevedibile.


Le puntate precedenti si leggono qui
(segue) Quasi tutte le previsioni sono sbagliate.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata.
Dal 1899 gli umani di cui abbiamo tenuto traccia cercavano di vedere, oltre la nebbia del tempo, il 2066 che deve ancora arrivare. Sarà il tempo della vecchiaia inoltrata – per me che scrivo. Gli umani di fine secolo decimonono profetizzavano reti ferroviarie avanzatissime, omuncoli detti anche uomini-macchina o esseri ausiliari. Un mondo più progredito. Pacificato. Forse. Ci leggevano gli esiti dei novatori, i pionieri, i visionari. Palloni aerostatici che sfrecciano a trecento all’ora. Veicoli che corrono per le strade, d’ogni specie forma e natura. Pattini a rotelle a motore. Auto che possono volare e diventare sottomarini. Finalmente un tunnel subacqueo collega attraversa lo Stretto e collega la Sicilia all’Italia. Il deserto del Sahara è diventato mare. E quanto alle comunicazioni, «una intricatissima rete di fili» unirà il mondo e il mondo a noi. I sogni d’uno stravagante scrittore scapigliato di fine Ottocento questo dicono: che un telegrafo a raggi proietterà le notizie in ogni casa, su un apposito quadro a parete; e che con potenti segnali luminosi si è stabilita una interlocuzione fitta con gli abitanti di Venere. Infine, grazie alla libertà di volo, non esistono più frontiere, dazi e nazioni. Tutta l’umanità è federata.
Ah, il mondo nuovo! Il personaggio si sveglia e sa di avere sognato. “Il vostro – gli dice l’autore – fu più che sogno, fu visione, fu più che visione”. Visione. Una delle prime parole comparse in queste pagine.
Ora che la storia sta per finire, o comunque il segmento di questa storia che intendevo raccontare, so di disporre di un inutile vantaggio: lo stesso, più o meno, che mi permette di contraddire l’autore dello stravagante romanzo scapigliato. Non è il telegrafo a raggi a proiettare le notizie in ogni casa su uno schermo a parete. Qualcosa di simile. Non abbiamo stabilito comunicazioni con gli abitanti di Venere. Gli omuncoli o esseri ausiliari sono al primo o secondo stadio del loro sviluppo – camminano e danzano scattosi nelle fiere campionarie ma non sono ancora entrati nella vita domestica. Si può contraddire un sogno di futuro – una visione – solo affacciati a un balcone del tempo in cui il futuro si è già raggomitolato. Il futuro è già passato.
Mentre restano schierati là, nelle loro giornate minime di fine secolo, il solitario, l’artista, il muscoloso e lei non vedono ciò che io vedo da qui. Hanno la loro giovinezza davanti, un’immensa distesa. Da laggiù tale sembra. Ma non è che si mettano a scrutarla con la mano sopra gli occhi, controsole, come paventassero l’arrivo dei predoni o dei pirati. No, la esplorano palmo dopo palmo, procedono con incoscienza e talvolta con baldanza – è l’unico tempo che conoscono, l’unico che possono pensare di vivere. Se fanno previsioni, sono a corto raggio: l’estate prossima, il mese che arriva, il viaggio, la gara, l’interrogazione, le pagelle, le uscite, tra due sabati. Domani.
Domani sera il solitario pensa che si capirà, che tutti capiranno che è cambiato qualcosa fra lui e lei. No, chiariamolo subito, non si sono baciati pur avendo il tempo per baciarsi. Il muscoloso è rientrato dopo un’ora è più, è stato generoso, si è guardato attorno – la camera era la sua – per cercare segni di quello sfrenamento che aveva supposto avvenisse. Tutto troppo in ordine. Forse si sono sbrigati a rimettere a posto. A stirare per bene la coperta. Macché. Non sono andati oltre quello stare vicini vicinissimi sul bordo del letto, quel soffiarsi le frasi sulle orecchie. Sarà la prossima volta. Le cose belle, i grandi e capitali eventi vanno attesi. La dilazione non frustra più di tanto il solitario: pensa che gli è intanto già accaduto un miracolo. Quando lei ha detto: tanto tempo che volevo sentirmi dire tutto questo da te. E poi quel “l’ho sperato”!
Scorre mentalmente le battute, come un copione da ripassare per la recita:
“Eh, e quindi.”
“E quindi ce l’hai fatta”, dice lei.
“A fare che.”
“A dirmelo.”
“Te lo aspettavi?”
“No. O forse sì. Non lo so. L’ho sperato.”
In quella speranza al passato prossimo è annidato il futuro prossimo.
Perciò, quando il muscoloso gli chiede conferma, allusivo – e quindi? Com’è andata? – il solitario fa una faccia da scemo, da uno che la sa lunga, da uno che ha deciso lui di prendere tempo, di non affrettare, di non correre troppo. La mette su un piano estetico, dandosi un tono. Un’aria di superiorità morale. Gli dice, a bassa voce: ma ti pare. Ti pare che la prima volta – la prima volta – la prima volta! – le saltavo addosso?
“Ma lei ti sembrava propensa?” domanda l’amico.
Propensa, bravo, l’aggettivo giusto.
“Figurati”, risponde con un ghignetto il solitario. “Ovvio”.
Ma guarda che imbecille. Fa lo smargiasso. E intanto si figura che al mondo, il mondo circostante, comincerà a essere chiaro che tra lui e lei le cose sono cambiate, che si leggerà in faccia a entrambi. Che basterà vederli camminare accanto – no, non mano nella mano, è presto, e non ci si vede, non ancora. Basterà guardarli. Basterà anche all’artista, o soprattutto a lui: capirà al volo che è cominciato un altro capitolo. Lo capirà, pensa il solitario, anche nel corso della fatidica cena, o durante la visione del film. Lo capirà ed è giusto così. Se lo merita.
A casa dell’artista, il solitario arriva per primo.
“Non c’è ancora nessuno?”
“No. Solo io e te.”
Lo dice, l’artista, con un lampo luciferino negli occhi. Come pronto a una resa dei conti.
“Ho un’idea” aggiunge subito. “Ti devi mascherare”. Le sue trovate tipiche. Il suo circo. “Ti devi mettere la maschera di Scream – questa – così quando arrivano gli altri... be’, ci divertiamo!”
“Ma secondo te non si accorgono che sono io?”
“No, se ti metti due palloncini sotto al maglione avranno qualche dubbio.”
“Ma perché?”
“Così. Per entrare nell’atmosfera.”
Si sta lasciando convincere. Non lo sa perché. Forse perché ogni altro canale di comunicazione con l’artista, in questo momento, gli genererebbe anche più imbarazzo. Lo lascia fare. Gli lascia fare il regista.
“Tanto ci mettono un secondo a capire.”
“Vediamo. Però devi nasconderti. Devi apparire solo quando sono arrivati tutti. Se mi chiedono di te, dirò che hai avuto un problema, che mi hai avvisato, che non puoi più venire. Appena si saranno rassegnati ah ah ti faccio apparire.”
Il pensiero del solitario non è così sofisticato, analitico o malevolo, da leggere nelle invenzioni dell’artista una sorta di desiderio inconscio. “Dirò che hai avuto un problema, che mi hai avvisato, che non puoi più venire.” Ora è tutto concentrato a fissare i palloncini sotto la camicia, a tenerli su come un seno credibile. Infila il maglione. Funziona. Poi la maschera di lattice. Si guarda allo specchio ed è abbastanza spaventoso, una specie di mostro androgino, pettoruto. Ma che stronzata! Una roba demenziale da Halloween fuori calendario.
Nell’attesa, l’artista lo incoraggia. Gli spiega che è uno scherzo perfettamente in tema con il film che vedranno. Eyes Wide Shut. La festa in maschera. L’orgia. Ah ah. Che c’entra l’orgia? C’è un’orgia. Sì c’è un’orgia ma scherzavo.
Il suono del citofono interrompe bruscamente la conversazione. E da qui in poi il modo giusto per raccontare non è questo. Non è l’indicativo presente. Serve un tempo passato. Serve l’idea di un futuro che si raggomitola, un futuro che già alle spalle, si contrae, sparisce. Il suono del citofono. La concitazione. La concitazione al passato.
Il solitario è rimasto solo con la macchina di Scream sulla faccia, nella cameretta dell’artista. Si è aggirato nervosamente in quel piccolo museo caotico. Cimeli, trofei. Piccoli correlativi oggettivi, tangibili, del suo narcisismo. Scartoffie. Disegni e disegni. Dischi vhs cd. La statuetta del finto Oscar. Fumetti. Con prudenza, con molta prudenza, ha aperto un cassetto della scrivania. Così, al volo. Per vedere. Per curiosare. In un cassetto colori pastello, cartoline, mazzi di chiavi. In un cassetto, occhiali da sole di diverse fogge. E un paio di giornali a fumetti. Manga. I suoi adorati manga.
Sulla copertina di uno dei due volumetti è disegnato un ragazzo mezzo nudo, biondo, gli addominali scolpiti, un drappo rosso gli copre il pube. Sfoglia appena, e coglie una folla di corpi maschili perlopiù nudi, perlopiù eccitati. E così, adesso, gli pare di avere afferrato una stilla della vita segreta dell’artista, un suo segreto. Se gliene chiedesse conto? Se lo facesse davanti agli altri? Potrebbe uscirsene con una frase tipo: e quei fumetti nel cassetto? Lo metterebbe spalle al muro. Una piccola vendetta. Ma passerebbe per un impiccione, un maleducato, uno che mette le mani dove non dovrebbe.
Non c’è tempo per ragionare. Gli altri sono arrivati. E bisogna tornare al passato, a un passato in cui il solitario, preso in ostaggio, mascherato, ha atteso che fosse il momento buono per la sua apparizione horror. Li ha sentiti conversare. Ridere. Ha anche maturato la convinzione che quel protrarsi dell’attesa fosse un sadico gioco dell’artista – che intanto, lo sente, si è messo a parlare di Kubrick, dell’ultimo maestoso misterioso film. Dura un bel po’, eh. Non vi spaventate. Ci sono scene un po’ forti. Ma di che parla? Una crisi di coppia? Una festa in maschera. Un’orgia. Un’orgia? Ah ah. C’è un’orgia? Sì. Ah ah. Fa ridere? Fa paura? Potreste spaventarvi. Sì. State attenti. Potreste anche eccitarvi. Ah ah. Il solitario non sente distintamente, non ha potuto sentire. Gli arriva confuso un ronzio, un brusio. Si sente l’escluso. Sarebbe lì per irrompere, per entrare in scena non al momento debito. La ribellione allo stupido giochetto dell’artista. Si dice, si è detto: mi tolgo la maschera, esco di qui sventolando uno dei suoi manga. Non è così coraggioso. Non è così balordo. Aspetta, ha aspettato ancora. Oppure, ecco. Esco, senza maschera, le vado incontro, le vado incontro con trasporto. Tutti capiranno. Ma no. Aspetta, ha aspettato ancora. L’ansia. L’impazienza. L’ansia e l’impazienza. Deve fare pipì. Posso resistere, pensa. Ha pensato. Devo fare pipì. Il bagno è qui, appena fuori. L’ha visto prima. Esco, pensa. Ha pensato: esco, faccio pipì, nessuno mi vede. Tolgo la maschera? No, non la tolgo. Ecco un tizio ridicolo con la maschera di Scream sulla faccia e due palloncini sotto al maglione che va in bagno, nel semibuio. L’artista avrà già comunicato la notizia del suo mancato arrivo.
A questo punto, pensa, saranno lì – rilassati. Nessuno si aspetta che lui si manifesti. Amen. Tanto è uno fatto così, uno che sfugge. C’è e non c’è. Però gli piacerebbe sapere se lei, sapendolo, è rimasta delusa. È sicuro, vuol essere sicuro che lei sia rimasta delusa. Ah davvero? avrà detto. Non viene? Che stronzo. Avrà detto così. Sì, caro solitario, ha detto più o meno così. Ci è rimasta male. Sei contento? Te lo dico io, ci è rimasta male. Adesso, pensa il solitario, ha pensato il solitario, quando mi vede, che sorpresa sarà. Intanto accosta la porta del bagno. Sta per fare pipì, sente, ha sentito le voci più vicine. Voci. Sembra l’artista, sembra lei. Stanno parlando. Stavano parlando – di cosa? Si interrompe, si mette con l’orecchio teso accanto alla porta. Di che stanno parlando?
È andata così. Quasi tutte le previsioni sono sbagliate.
Non tutte, ma quasi tutte. Immaginiamo il futuro perché – assicura lo studioso di turno – il desiderio di penetrare il futuro è istintivo, selvaggio. Una curiosità famelica e spaventata. In questo spicchio di futuro già superato, contratto, sparito, il solitario sta per sentire la frase delle frasi – Ci siamo messi insieme –, la frase epocale, la frase che è giusto e splendido che sia detta da lei, comunicata debitamente all’artista. È comunque sorpreso per il fatto che lei la pronunci, gli pare che sia perfino prematura. Stiamo insieme! Quindi stiamo insieme! Ci siamo messi insieme. Ha deciso lei. L’artista ha saputo. Non occorre nessuna ulteriore vendetta. Tutto è compiuto. Sì, tutto è compiuto. È compiuto nell’istante in cui – l’orecchio sempre più teso, dietro la porta del bagno – lui sente pronunciare un nome maschile. Un nome che non è il suo. Lui si chiama Paolo. Il nome che sente è: Emiliano. O comunque un nome che suona così. Lo sente come ha sentito la domanda dell’artista rivolta a lei: come si chiama? E lei ha risposto. Lei ha risposto. Lei ha risposto. Lei ha risposto. Lei ha risposto. E ha detto un nome come Emiliano. Chi cazzo è Emiliano. Ha detto anche – ma lui non sente, non ha sentito: ero indecisa, ero confusa, però poi. Credimi, non lo so bene neanche io perché. Ci siamo messi insieme. Ci siamo messi insieme, è strano.
Tutto è compiuto.
Il solitario, con la maschera di Scream sul viso, le tette-palloncino sotto al maglione, potrebbe disperarsi e piangere – e non si vedrebbe. Il solitario ha avuto il coraggio di uscire dal bagno, di affacciarsi nel corridoio, trovandoli lì, non si è tolto la maschera e nemmeno i palloncini sotto al maglione. Sentendosi morire, ha preso un respiro.
Poi ha detto: ciao.
Lucio Dalla, Ciao (1999)
A Carpi, Festa del Racconto, ho letto in piazza l’ultima puntata e raccontato l’esperimento di “1999”.





“Hanno la loro giovinezza davanti, un’immensa distesa”. E ci sta, ci sta che si ribaltino la carte ma non del tutto. Che proprio l’artista, che all’inizio della visione presenta al solitario una faccia elastica alla The Musk, alla fine gli offra la maschera di Scream. Ci sta che alla fine ci sia un mascheramento, una confusione delle identità e dei nomi. Come dice Dalla nella splendida canzone che il nostro scrittore ci regala “è il gioco della vita, la dobbiamo preparare, che non ci sfugga dalle dita come sabbia in riva al mare”. E chissà se il solitario capisce bene, chissà se non sarebbe stato sufficiente togliersi la maschera e parlarle e scoprire di aver inteso male. Noi non lo sapremo mai. E forse non ci interessa nemmeno. Ci interessa che nel passato prossimo è annidato il futuro prossimo, ci interessa aver visto la loro giovinezza, le loro attese, il loro giocare alla vita per ritrovare noi, quello che siamo stati e siamo diventati. Ci interessa dire grazie a questo meraviglioso scrittore che ci ha regalato settimane di attesa, di sorpresa, di domande, ci ha regalato immagini di archivio, film, canzoni, video, audio… che cosa di più? Altro ancora: ci ha fatto entrare nei meccanismi della scrittura e non ci ha obbligato a vedere quello che vedeva lui. Ci ha narrato la sua visione perché ognuno di noi vedesse la propria. Forse allora, Updike si sbagliava: per lo scrittore la vita passata non è preziosa perché perduta, ma perché vista a distanza e narrata viene trasformata e moltiplicata per il numero dei suoi lettori. Quindi ancora una volta ti arrivi, caro scrittore, il mio grazie.
Ancora come cominciare e come finire. Due nuovi quasi-personaggi in questa puntata finale memorabile si affacciano dal balcone del Tempo. L'incipit ospita uno scrittore scapigliato di fine Ottocento, che prevede un mondo nuovo, inventando lo scenario del 2066, con dettagli visionari e intuizioni utopistiche, come "l'umanità federata". "Quasi tutte le previsioni sono sbagliate". Il nostro autore oggi ha buon gioco a muoversi nel tempo, forte del suo vantaggio, perché "il futuro si è già raggomitolato, il futuro è già passato". Un vantaggio non inutile, perché ha regalato il seme dell'ispirazione, che l'autore ha ben coltivato. Questo preambolo è perfetto per una storia che dall'inizio ha passeggiato nei corridoi del Tempo con estrema disinvoltura e originalità, in un andirivieni continuo lungo un cursore costellato di previsioni e imprevisti, di presagi e déja vu, di corsi e ricorsi. Geniale il saluto conclusivo affidato al mitico veggente Lucio Dalla, che proprio nel 1999 cantava nel suo "Ciao": "non l'hai capito ancora/che siamo stati sempre in guerra/anche il 15 a Viserba/ in guerra con noi stessi" e alterna nel video-clip un allegro balletto ritmato a sei piedi al viaggio per mare di una nave, che sembra catapultarsi tra le imbarcazioni dell'odierna Flotilla. Nel mezzo, l'epilogo della storia, ambientato nella casa dell'Artista, con un invito a cena e visione del film di Kubrick. Una serata con finale spiazzante, almeno nelle intenzioni narrative di chi scrive, ma con indizi disseminati fin dalla prima puntata, preparatori e coerentemente ripresi. Tutti e quattro i sedicenni vivono le loro giornate minime senza vedere ciò che l'autore vede dalla sua postazione nel presente. Bella l'essenza della loro giovinezza, "un'immensa distesa davanti", esplorata con incoscienza e baldanza, capace solo di previsioni a "corto raggio" o, anticipiamo, sbagliate. Il pomeriggio non ha visto Lei e il Solitario andare oltre quello stare vicini vicinissimi sul bordo del letto, ma lui non rimane frustrato dalla dilazione, è appagato dall'attesa, dopo la rivelazione di quella frase di lei, la sua speranza che lo fa sperare. "In quella speranza al passato prossimo è annidato il futuro prossimo". Qui l'autore inizia a giocare e a puntualizzare i modi verbali "giusti", tra l'indicativo presente e i tempi del passato. Dopo l'arrivo del Solitario a casa dell'Artista, si assiste alla metamorfosi del personaggio, che da titubante diventa "smargiasso", erroneamente sicuro dell'evolversi positivo della sua "prima volta". Cade nella trappola un po' teatrale tesa dal padrone di casa, che lo convince a mascherarsi da "mostro androgino pettoruto" e a eclissarsi all'inizio della serata. Si nasconde nella cameretta-museo di narcisismo dell'Artista, dove trova, frugando in un cassetto, un fumetto manga, inequivocabile prova dell'identità sessuale segreta dell'amico, che il Solitario è tentato di rivelare per vendetta, senza poi metterla in atto. "Il desiderio di penetrare il futuro", così istintivo, così selvaggio, è arrivato al capolinea e si scontra con un'altra frase epocale: "Stiamo insieme!", rivolta all'Artista da Lei e orecchiata di nascosto, "dietro la porta", dal Solitario. Una frase completata fatalmente da un nome che è diverso da quello che il Solitario si sarebbe aspettato. Non Paolo, ma Emiliano. La maschera rimane saldamente sulla faccia del disperato e deluso innamorato, come le tette-palloncino sotto al maglione. L'entrata trionfale immaginata si è volatilizzata in un nulla definitivo. L'eroe tragico-grottesco ha solo la voce per un malinconico ciao. Ma Dalla gli fa eco con un controcanto di ben altro spessore, forte di una saggezza che attraversa il Tempo: "è il gioco della vita/la dobbiamo preparare/che non ci sfugga dalle dita/come la sabbia in riva al mare". E per chiudere da lettrice, aggiungo volentieri il mio ciao, con grande riconoscenza.