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Avatar di Claudia Lucca

“Hanno la loro giovinezza davanti, un’immensa distesa”. E ci sta, ci sta che si ribaltino la carte ma non del tutto. Che proprio l’artista, che all’inizio della visione presenta al solitario una faccia elastica alla The Musk, alla fine gli offra la maschera di Scream. Ci sta che alla fine ci sia un mascheramento, una confusione delle identità e dei nomi. Come dice Dalla nella splendida canzone che il nostro scrittore ci regala “è il gioco della vita, la dobbiamo preparare, che non ci sfugga dalle dita come sabbia in riva al mare”. E chissà se il solitario capisce bene, chissà se non sarebbe stato sufficiente togliersi la maschera e parlarle e scoprire di aver inteso male. Noi non lo sapremo mai. E forse non ci interessa nemmeno. Ci interessa che nel passato prossimo è annidato il futuro prossimo, ci interessa aver visto la loro giovinezza, le loro attese, il loro giocare alla vita per ritrovare noi, quello che siamo stati e siamo diventati. Ci interessa dire grazie a questo meraviglioso scrittore che ci ha regalato settimane di attesa, di sorpresa, di domande, ci ha regalato immagini di archivio, film, canzoni, video, audio… che cosa di più? Altro ancora: ci ha fatto entrare nei meccanismi della scrittura e non ci ha obbligato a vedere quello che vedeva lui. Ci ha narrato la sua visione perché ognuno di noi vedesse la propria. Forse allora, Updike si sbagliava: per lo scrittore la vita passata non è preziosa perché perduta, ma perché vista a distanza e narrata viene trasformata e moltiplicata per il numero dei suoi lettori. Quindi ancora una volta ti arrivi, caro scrittore, il mio grazie.

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Avatar di Alma Gattinoni

Ancora come cominciare e come finire. Due nuovi quasi-personaggi in questa puntata finale memorabile si affacciano dal balcone del Tempo. L'incipit ospita uno scrittore scapigliato di fine Ottocento, che prevede un mondo nuovo, inventando lo scenario del 2066, con dettagli visionari e intuizioni utopistiche, come "l'umanità federata". "Quasi tutte le previsioni sono sbagliate". Il nostro autore oggi ha buon gioco a muoversi nel tempo, forte del suo vantaggio, perché "il futuro si è già raggomitolato, il futuro è già passato". Un vantaggio non inutile, perché ha regalato il seme dell'ispirazione, che l'autore ha ben coltivato. Questo preambolo è perfetto per una storia che dall'inizio ha passeggiato nei corridoi del Tempo con estrema disinvoltura e originalità, in un andirivieni continuo lungo un cursore costellato di previsioni e imprevisti, di presagi e déja vu, di corsi e ricorsi. Geniale il saluto conclusivo affidato al mitico veggente Lucio Dalla, che proprio nel 1999 cantava nel suo "Ciao": "non l'hai capito ancora/che siamo stati sempre in guerra/anche il 15 a Viserba/ in guerra con noi stessi" e alterna nel video-clip un allegro balletto ritmato a sei piedi al viaggio per mare di una nave, che sembra catapultarsi tra le imbarcazioni dell'odierna Flotilla. Nel mezzo, l'epilogo della storia, ambientato nella casa dell'Artista, con un invito a cena e visione del film di Kubrick. Una serata con finale spiazzante, almeno nelle intenzioni narrative di chi scrive, ma con indizi disseminati fin dalla prima puntata, preparatori e coerentemente ripresi. Tutti e quattro i sedicenni vivono le loro giornate minime senza vedere ciò che l'autore vede dalla sua postazione nel presente. Bella l'essenza della loro giovinezza, "un'immensa distesa davanti", esplorata con incoscienza e baldanza, capace solo di previsioni a "corto raggio" o, anticipiamo, sbagliate. Il pomeriggio non ha visto Lei e il Solitario andare oltre quello stare vicini vicinissimi sul bordo del letto, ma lui non rimane frustrato dalla dilazione, è appagato dall'attesa, dopo la rivelazione di quella frase di lei, la sua speranza che lo fa sperare. "In quella speranza al passato prossimo è annidato il futuro prossimo". Qui l'autore inizia a giocare e a puntualizzare i modi verbali "giusti", tra l'indicativo presente e i tempi del passato. Dopo l'arrivo del Solitario a casa dell'Artista, si assiste alla metamorfosi del personaggio, che da titubante diventa "smargiasso", erroneamente sicuro dell'evolversi positivo della sua "prima volta". Cade nella trappola un po' teatrale tesa dal padrone di casa, che lo convince a mascherarsi da "mostro androgino pettoruto" e a eclissarsi all'inizio della serata. Si nasconde nella cameretta-museo di narcisismo dell'Artista, dove trova, frugando in un cassetto, un fumetto manga, inequivocabile prova dell'identità sessuale segreta dell'amico, che il Solitario è tentato di rivelare per vendetta, senza poi metterla in atto. "Il desiderio di penetrare il futuro", così istintivo, così selvaggio, è arrivato al capolinea e si scontra con un'altra frase epocale: "Stiamo insieme!", rivolta all'Artista da Lei e orecchiata di nascosto, "dietro la porta", dal Solitario. Una frase completata fatalmente da un nome che è diverso da quello che il Solitario si sarebbe aspettato. Non Paolo, ma Emiliano. La maschera rimane saldamente sulla faccia del disperato e deluso innamorato, come le tette-palloncino sotto al maglione. L'entrata trionfale immaginata si è volatilizzata in un nulla definitivo. L'eroe tragico-grottesco ha solo la voce per un malinconico ciao. Ma Dalla gli fa eco con un controcanto di ben altro spessore, forte di una saggezza che attraversa il Tempo: "è il gioco della vita/la dobbiamo preparare/che non ci sfugga dalle dita/come la sabbia in riva al mare". E per chiudere da lettrice, aggiungo volentieri il mio ciao, con grande riconoscenza.

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